MiAmi 2007
Questo blog nasce con precise coordinate spaziotemporali: nasce a ridosso, (spazialmente e temporalmente) dell’ultimo MiAmi, il festival di Musica Indipendente AMIlano. Sarà un caso (o forse no), ma come non tirare giù due righe su quello che dovrebbe essere il massimo per quanto riguarda l’offerta di musica Indipendente? E infatti non si può, specie perché io per questo MiAmi un pochetto i salti mortali un po’ li ho fatti. Tralascio i fatti che mi hanno portato a dormire 5 ore in tre giorni, perché sinceramente non gliene frega proprio un cazzo a nessuno, il MiAmi, quello vero dove i gruppi suonavano dal vivo, è stato spiaccicato in due giornate dense dense di proposte live, spiattellate altresì su due palchi, e chi c’è stato lo sa. Pro e contro della cosa, chiari: da un lato un sacco di musica, per tutti i gusti, dall’altro sovrapposizioni antipatiche, specie quando da un lato c’è qualcosa che sai che è figa di brutto, e dall’altra c’è qualcosa che a leggere il libretto pare spacchi, di brutto. Ma tant’è, così e la vita, e uno poi se ne fa una ragione. Riesco addirittura a pensare che ci siano cose peggiori nella vita (forse).

Premetto che recensire tutto va oltre le possibilità e gli intenti di chi scrive, non solo perché vedere tutto era umanamente impossibile (sull’ubiquità stiamo ancora lavorando), ma anche perché sopportare tutto non è nelle mie corde, e di tutto ho apprezzato veramente poco. E di parlare male di qualcuno che ho sentito distrattamente proprio non mi va.
Venerdì 8 Giugno è il giorno dei molliccioni. Niente musica violenta, niente cattiveria, solo pacato indie-pop, post-rock, e punte di lirismo eccelso grazie a gruppi del calibro di Bachi da Pietra o Franklin Delano.
Parliamo dei Bachi. Per chi non li consce… un attimo, chi non li conosce è uno stronzo, chiaramente. Sono quanto di meglio si possa immaginare a metà tra la musica squisitamente cantautoriale, il blues (si, io ci vedo del blues cazzo), il nuovo folk, il grunge, il minimalismo musicale, il post-rock. Insomma, è più un casino spiegare che fanno, che non sentirli e capirlo. Perchè i Bachi da Pietra sono così, con un arrangiamento che più minimale non è che non è il caso, proprio non lo puoi fare, con dei testi e una voce che già se li senti da CD ti coinvolge, ma se la senti dal vivo piangi… Come fai a spiegarli due tizi così. Poi aggiungiamo che alla batteria c’è Brunone Dorella, che proprio non è l’ultimo degli indioti, e che Giovanni Succi, voce e chitarra, è l’ultimo grande poeta della scena musicale nostrana. E quasi abbiamo detto tutto. In realtà, se abbiamo detto tutto il dicibile, abbiamo tralasciato la gran parte di ciò che Bachi da Pietra è: è emozione, allo stato puro. Chitarra e batteria sapientemente ridotta all’osso, voce stravolta da un effetto very lo-fi. Testi da pelle d’oca. Blues urbano e suburbano. Poesia. Bachi da Pietra.
I Franklin Delano poco dopo. Non è che li vedo per la prima volta, ma forse l’atmosfera fa tanto, o forse l’altra volta non erano in giornata. Intendiamoci, quando avevo avuto modo di assistere alla loro performance al Teatro Nuovo di Varese mi erano piaciuti, ma alla lunga annoiati. Sarà stato per le atmosfere dilatate, per quella sorta di incapacità di decollare dei pezzi. E forse la formula festival, 40 minuti di musica li ha aiutati. O forse non ero io in giornata la scorsa volta. Però il country-post-rock dei nostri questa volta mi ha convinto di più. Atmosfere magistralmente costruite, su ritmi americaneggianti. Intrusioni di cordofoni variegati, mandolini, il tutto organizzato magistralmente in canzoni non troppo pretenziose (in pochi a non cadere nel trappolone, se volete la mia) che però convincono proprio per quello. E quindi dalle ballad in puro stile USA folksinger a melodie più vicine al post-rock italiano, ma mai sticchevoli o noiose. Insomma, sembra quasi che come girino girino, i Franklin Delano sappiano fermarsi “al punto giusto”, ovunque vadano. E non è poco.
Mi trasferisco di palco, anche se la collinetta è la mia casa, perché sono in attesa dei Perturbazione, la mia debolezza poppeggiante. Di loro ormai s’è scritto tutto, sono diventati troppo grossi, ed è un peccato. Un peccato perché non è che non gradisca la loro formula, il LORO sound, che è loro, che si sono costruiti in soli due dischetti della gloria, questo misto di indie pop e canzone d’autore italiana, con testi dolci, accompagnati da melodie che proprio non ce la fai a odiare perché se sei uomo un po’ di tenerezza dentro ce l’hai, e quindi il disco dei Perturbazione lo puoi ascoltare, non ti infastidisce. Perché un conto è tenerezza, un conto è essere stucchevoli, melensi, noiosi, o stronzi. E qua dentro ci vedo i Perturbazione, in tutta la loro bravura, una nicchia che con fatica si sono scavati. Però chi ha avuto modo di ascoltare qualche lavoro precedente, quando ancora i testi erano in inglese (e i ragazzi non sfondavano, apposta? boh), o quando portavano in giro live strumentali con storia a immagini disegni annessa (in real time), beh, ragazzi, quelli erano altri tempi. E io che dei Perturbazione mi ero innamorato allora, quando parlarci era un piacere, perchè ai loro concerti c’erano forse venti persone, trenta al massimo, un po’ mi rattristo nel vederli su un palco con mille persone ad aspettarli. Ma perché sono io che sono fatto male. Eppoi sì che uno si diverte in ogni caso, perché loro sono bravi in questo: divertirti ed emozionarti, perché è quello che vogliono fare, senza troppe rotture di coglioni. e ce la fanno, diamogliene atto. E mi piacciono. Un sacco? No, beh, quello magari qualche anno fa.
Poi salgono i Marta sui Tubi, che sarà l’attesa, sarà che proprio c’è troppo casino e sarà che li ho già visti e proprio non mi piacciono, passo alla mia amata collinetta per lasciarmi sorprendere da Marti. Tipo strano, mai sentito nominare (sono ignorante). Suona il piano, accanto a lui una contrabbassista niente male (anche molto carina), una fisarmonica, basso, chitarra e batteria. Ma in quanti cazzo sono su quel palchetto? Eppure lui è proprio un gentleman. Parla poco, il giusto, e ha stile. Presenta i pezzi e il gruppo, suona qualcosa che si avvicina molto a Nick Cave, a volte esplora cose diverse à la Tom Waits, con una formula poco originale, ma tutto sommato gradevole. Una bella voce, e bei pezzi, di cui però colpa il sonno forse non colgo i testi. Bravo.
Sabato 9 Giugno è tutta un’altra storia. Il sound si fa decisamente più cattivo, e il livello, forse, si alza un pelo. E il giorno dei gruppi storici, o di quelli più blasonati, decidete voi, che io, manco a dirlo, non mi sono cagato per niente. Niente da dire quindi sul clue della serata: Jennifer Gentle, Julie’s Haircut, Teatro degli Orrori o Offlaga Disco Pax. Non li ho seguiti più di tanto.
Il pomeriggio però parte carico, con il gruppo consigliato dal mio compagno di viaggio Monty, gli Isobel. Ora, li ho visti in parte, mi sono perso la prima metà dello show, ma la seconda metà mi basta e avanza per decidere che i ragazzi mi piacciono, e tanto. Spaccano il culo, tanto, in continuo bilico tra sonorità HC noise, garage e Alternative Rock. Il cantato urlato di lei ricorda lo stile Sonic Youth di Kim Gordon, e in effetti proprio loro, i Sonic Youth, mi paiono uno dei riferimenti principali a cui si rifanno gli Isobel.
Poi ho il piacere di vedere Beatrice Antolini affascinantissima folk-singer, grandiosa e divina diva dell’indie music italiana. Sembra a tratti una cantante anni 30, con la sua voce sexy e giocosa, a tratti suona un piano che sembra Tori Amos ma non è così brava, e però non è neanche così pallosa. E poi via, in giochi di intrecci tra i due piani e la voce, con una base basso/batteria/chitarra solida che non perde il tiro. E lei è brava, bella e scrive bene. Che volere di più? Proprio nulla, infatti per questi quaranta minuti mi faccio letteralmente rapire dall’esibizione live di quest’artista che non conoscevo, e che sicuramente comincerò a seguire con maggiore attenzione.
Poi saltando qua e là arriva il turno di Giorgio Canali, che vabbè, che te lo dico a fare (nota cit. colta). Qualcuno lo amerà anche, a giudicare da quanta gente se lo gode. Io un po’ sorrido, un po’ penso ai C.S.I., un po’ me ne vado quando sul palco sale Bugo a non fare un cazzo. E penso che se gli togli qualcosina di qua, e gli aggiungi qualcosina dilà, potrebbe essere uguale a *********** (aggiungi qualche stronzo di gruppo/autore mainstream rock a caso) senza problemi, magari di qualche anno fa. Non so, mi ricorda cose che ormai mi hanno stancato, tipo Diaframma, che però andavano bene quando c’erano, ora ci hanno stufato. Almeno, a me.
Beh, dopo un po’ vedo all’opera l’Ariele con i suoi PAY anche se con una formazione un pochetto mutilata (per fortuna gli operai dell’amore ci sono sempre), chitarra acustica e basso. E tanto, tanto show. Show fatto da chi lo sa fare, da chi lo fa da oltre 10 anni in giro prima per la provincia varesotta, poi per il resto d’Italia. E a quel punto chi se ne frega se non è niente di originale, nulla di nuovo, non eccezionale. Quando volano i palloncini, quando si parla del Barattolo dell’Amore, quando una chitarra scordata suona e fa casino, terminando sulle note di Io sto bene, quando ti diverti, e ti ricordi che andare ad un concerto è anche questo, a volte solo questo, che male c’è? Bravo, bravi Pay (P.S. sulla storia della minirecensione sul libricino del MiAmi non aveva manco tutti i torti)
Poi nel lento decadimento verso le terre orfiche, il sonno cominciava a farsi sentire sul serio, e la stanchezza della mattinata lavorativa non ha aiutato, beh, mi ricordo solo di aver pernsato che Alessandro Raina fosse molto meglio di quanto mi aspettasi, e molto meglio degli attuali Giardini di Mirò, e nell’incoscienza che precede il sonno più profondo, che Artemoltobuffa sono molto carini e simpatici, oppure molto pallosi. Fose un giorno, se avrò modo di ritrovarli, lo scoprirò.